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Abusi in sala parto: ora proposte per fermarli

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Per quindici giorni, dal 4 al 19 aprile, il sito della campagna #bastatacere ha raccolto oltre mille testimonianze di donne che hanno raccontato in forma anonima abusi, mancanze di rispetto, trattamenti medici innecessari subiti durante il travaglio e il parto da medici, ostetriche, infermieri, dal personale che avrebbe dovuto prendersi cura di loro. La campagna, organizzata da Elena Skoko e Alessandra Battisti, referenti in Italia del network internazionale Human Rights in Childbirth, aveva lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema della violenza ostetrica, definita in un recente documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
A leggerlo, il documento dell’OMS che parla di abusi verbali e fisici, assistenza inadeguata, discriminazioni, umiliazioni, rifiuto di farmaci analgesici, verrebbe da pensare che queste cose possono accadere solo altrove, in Paesi lontani anni luce dalla nostra realtà. Eppure le tante storie, spesso crude, raccontate dalle donne che hanno accolto l’invito della campagna, sono tutte ambientate in Italia, benché non facciano mai riferimento esplicito ai nomi di strutture e operatori sanitari coinvolti.
Di certo la campagna ha raggiunto pienamente l’obiettivo di gettare una pietra nello stagno e smuovere le acque: ha suscitato accese polemiche ed è stata definita offensiva in un comunicato congiunto della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, dell’Associazione Ostetrici e Ginecologi Ospedalieri e dell’Associazione Ginecologi Universitari Italiani. Quimamme ha intervistato diverse voci coinvolte per fare un po’ di chiarezza sulla questione: esiste un problema di violenza ostetrica in Italia? Come si può lavorare insieme per risolvere le criticità?

Le voci delle mamme: umiliazioni troppo spesso taciute

Più di 22 mila like alla pagina su Facebook, mille testimonianze pervenute sotto forma di cartelli anonimi fotografati, altre cinquecento, non pubblicate, sotto forma di messaggi di testo: sono i numeri della campagna #bastatacere che si è conclusa il 19 aprile lasciando il posto all’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia, creato per custodire e diffondere le storie raccolte, per raccogliere dati in modo più strutturato e dialogare con le istituzioni.
Un aspetto della campagna che è stato criticato dai ginecologi è l’anonimato delle testimonianze: alle mamme coinvolte è stato chiesto espressamente di non citare persone o strutture per non incorrere nel pericolo di querele per diffamazione. Così facendo, non si rischia di togliere valore ai racconti?

«Il nostro obiettivo non era quello di aprire dei contenziosi legali sui singoli casi», risponde Elena Skoko, «ma portare allo scoperto un fenomeno sommerso: non ne parlavano i medici né le ostetriche, non se ne parlava agli incontri per la preparazione alla nascita e non ne parlavano neppure le donne che avevano subito abusi, per paura di essere considerate esagerate, pazze. Adesso se ne parla. Tante hanno trovato il coraggio di far sentire la propria voce perché hanno capito di non essere sole, hanno dato un nome al proprio disagio. E abbiamo ricevuto anche tante testimonianze di ostetriche e di giovani ginecologi che concordano con i racconti delle madri. Certo, ora bisognerà passare a una raccolta di dati più sistematica, all’analisi della situazione nelle varie strutture. È un compito che spetta alle istituzioni, con cui siamo desiderose di collaborare».
Tra le iniziative promosse da Human Rights in Childbirth Italia c’è la proposta di legge dal titolo «Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico», che istituisce la fattispecie di reato di violenza ostetrica.

Gabriella Pacini: una questione di cultura e mentalità

Insulti, minacce, umiliazioni, antidolorifici negati senza ragione… alcune delle testimonianze pubblicate sul sito della campagna sono veri e propri racconti dell’orrore. La situazione nei centri nascita italiani è davvero così grave? «Gli episodi più gravi per fortuna sono anche i più rari», osserva Gabriella Pacini, ostetrica dell’associazione Freedom for Birth – Rome Action Group «ma indubbiamente nel nostro Paese c’è un problema che riguarda molti centri nascita. All’origine di questo problema c’è la convinzione diffusa che le donne durante il travaglio e il parto non siano lucide, che non siano in grado di comprendere quel che è meglio per loro e per i loro bimbi e che dunque non vadano interpellate, che il loro punto di vista non vada preso in considerazione. Devono essere guidate in tutto dai medici, gli unici in grado di gestire la situazione. Non è vero. La donna, benché sotto stress, durante il travaglio è perfettamente lucida. È in grado di comprendere le spiegazioni che le vengono fornite e di dare il proprio libero consenso a procedure eventualmente necessarie per la salute sua e del nascituro».

Le pratiche ostetriche più discusse

A questa convinzione si somma la questione dell’appropriatezza degli interventi. L’ostetricia è uno dei settori della medicina in cui più frequentemente vengono messi in atto interventi non basati su evidenze di efficacia, per routine. «È il caso dell’episiotomia, l’incisione del perineo per agevolare l’uscita della testa del bambino», spiega Pacini. “È ormai dimostrato da innumerevoli studi che l’utilità di questa procedura è limitata a pochi casi critici, eppure in Italia l’episiotomia viene praticata di routine sul 60% delle partorienti. Oppure l’obbligo per la partoriente di rimanere supina con le gambe sollevate, in posizione litotomica. Non è di alcuna utilità, anzi è controindicato perché rallenta la progressione del travaglio e l’espletamento del parto, eppure sono ancora tante le strutture dove la posizione litotomica è imposta alle donne perché così prevede il protocollo».
Che cosa può fare una mamma in attesa che vuole dare alla luce il suo bambino in un ambiente rispettoso, che aspira a vivere un’esperienza positiva? «Innanzi tutto deve informarsi, leggere, dialogare con l’ostetrica, con il ginecologo di fiducia, parlare con altre donne che hanno partorito nella struttura a cui intende rivolgersi”, risponde Pacini. «Deve formulare domande chiare sulle percentuali di episiotomie effettuate, su eventuali protocolli relativi al monitoraggio continuo, alla posizione, all’obbligo di digiuno in travaglio, sulla disponibilità effettiva della partoanalgesia. Risposte evasive da parte del personale sono un segnale di allarme. Se ci sono le condizioni, può prendere in considerazione l’idea di partorire al proprio domicilio o in una casa del parto. Infine, durante il travaglio e il parto non deve mai avere paura o timidezza nel chiedere spiegazioni ed esporre le proprie preferenze, senza creare un clima oppositivo, ma una collaborazione che sia basata sul rispetto reciproco».

Vito Trojano: non criminalizzare i medici, ma i problemi esistono

«Una campagna vergognosa che insulta la professionalità degli operatori sanitari, spesso costretti a lavorare in condizioni difficili, garantendo un elevato livello di sicurezza», risponde così Vito Trojano, presidente dell’Associazione Ostetrici e Ginecologi Ospedalieri Italiani alla richiesta di un commento sulla campagna #bastatacere.
A domande più precise, però, non nega l’esistenza di alcune criticità. «Noi ginecologi siamo tra i medici più colpiti dalle azioni legali e veniamo denunciati più frequentemente per non aver fatto qualcosa piuttosto che per aver fatto troppo», spiega, «ragione per cui, nel dubbio si tende a eccedere con l’interventismo per tutelarsi legalmente. È medicina difensiva e di certo attaccare e criminalizzare gli operatori sanitari non aiuta a rasserenare gli animi».
Ci sono poi i problemi di tipo strutturale. «Ci sono i limiti organizzativi imposti dall’ospedale che talvolta i pazienti percepiscono come frutto di cattiva volontà da parte degli operatori», prosegue Trojano.
Le difficoltà di comunicazione sono all’origine di tanti malintesi. «Talvolta gli operatori sanitari non hanno le competenze per comunicare nel modo più efficace con i pazienti e i loro familiari, così nei pazienti può insorgere la convinzione di non essere stati ben assistiti, anche quando tutto è stato gestito nel migliore dei modi», dice il ginecologo.
Infine, i protocolli di assistenza al parto di alcune strutture sono oggettivamente datati. «Non vengono aggiornati da anni e così prevedono interventi di routine non supportati dalle più recenti evidenze scientifiche», osserva Trojano. «Ogni struttura ha il proprio protocollo interno e non c’è uniformità a livello nazionale».
«Non dimentichiamo però», conclude il medico, «che il nostro Paese ha un tasso di mortalità perinatale estremamente basso, in linea con quello delle altre nazioni d’Europa e che esistono numerose realtà virtuose in cui il parto, oltre ad essere sicuro, viene gestito nel pieno rispetto della fisiologia e del benessere della donna e del nascituro».

Cristina Valsecchi


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